venerdì 11 dicembre 2009

Oggi ho voglia di parlare.
Detesto parlare di me ma stranamente adoro lamentarmi della mia vita.
Oggi in superficie è stato un giorno banale, in profondità qualcosa di più. Ma per arrivare oggi bisogna tornare a ieri, molto ieri.
Io non sono passato al digitale. Per me cresciuto a pane e televisione (espressione che credo venga proprio dalla televisione) non è cosa da poco.
Il privarmi totalmente del tubo catodico...mi ha portato a riflettere e pensare su cosa mi gira intorno. Non il mondo, quello meno l'incontro meglio è.
Parlo della realtà che mi circonda. Come un fiume in piena ho cominciato a essere sincero e la dove non potevo esserlo per il troppio rischio, ho cercato di andarci vicino.
Allora onestamente mi sono detto quall'è la realtà che mi circonda?
La più ovvia di tutte: io.
A farci una seduta da uno psicologo credo che lui si annoierebbe per la banalità dei miei problemi e mi pagherebbe per non tornare più.
Il primo problema che è sorto è: io voglio scrivere e l'idea di fare un lavoro "serio" mi terrorizza.
Secondo punto: io non sò scrivere.
Onestamente la mia prosa e come il mio parlare, frettolosa e non ragionata. Le mie storie sono come la mia vita un incredibile ripetersi di luogi comuni presi da fumetti, libri cinema e tutto il resto.

Ecco lo sapevo mi sono annoiato. Chiudo qua. Se mi va continuo

giovedì 8 ottobre 2009

‘CCA SUTTA NON CHIOVI PARTE 3


GIORNO 1- MATTINA

Aria assonnata. Camminata barcollante. Andatura lenta. A vedermi così: o sono fatto o mi sono fatto 10 ore di treno di notte dormendo nel modo più scomodo che le poltrone di seconda classe possono concedere.
Mia madre mi vede e si avvicina come un cagnolino che ha visto il suo padroncino. Mi abbraccia. Lei è molto allegra ed espansiva con noi figli. Vorrei essere anche io espansivo come lei. La mia timidezza però fa pensare agl’altri che io sono nato sotto la virtù medievale della malinconia. Figlio di saturno.
In realtà non è così. Sono una persona molto spiritosa e allegra, e le persone che mi conoscono lo sanno…ma chi mi conosce?
Posso tranquillamente dirmi un asociale… il problema è che non riesco a tirare fuori i miei sentimenti con la mia famiglia, è così.
Altre volte il problema è il contrario. Con la maggioranza delle persone io tiro veramente fuori quello che provo: indifferenza.
Spesso il mondo mi è indifferente e io sono indifferente ad esso.
Valentina, la mia ex, diceva sempre “sai Marco qual’è il tuo problema? ... sei un egocentrico! Tu non aiuti gli altri perché ti piace che gli altri stiano bene, tu lo fai solo perché gl’altri così ti considerano un bravo ragazzo. La cosa peggiore è che ci riesci.
Quel giorno, a quelle parole avrei dovuto nell’ordine: difendermi, arrabbiarmi, deprimermi, negare, dargli ragione, vantarmi…quel giorno non ho fatto o detto nulla.
Il fatto che io aiutassi le persone era una cosa mia. Una promessa fatta ad un persona.
Una promessa che non avrei mai voluto tradire.

-Ancora con i capelli lunghi
-Pomeriggio me li taglio- e inizia lo sport preferito di mia madre, il: cerchiamo di dare un aspetto umano a Marco perché se no, poi, mica ti guardano le ragazze?!
-Com’è andato il viaggio?
-Bene mamma.
-Dammi la valigia …ma quanto pesa, che c’è dentro… piombo?
-No! Libri e Dvd mamma.
-Sempre libri e dvd. Voglio vedere quand’è che porti soldi…ma mi dici che lavoro vuoi fare una volta laureato?-
-Lo sceneggiatore.
-Sì! Sì! Ma in pratica che fai? Scrivi le battute degli attori, giusto?
-Scrivo tutto.
-E allora il regista che fa?
-Dirige il film, gestisce gl’attori decide le luci…tutte queste cose qui… senti sono stanco poi quando abbiamo più tempo ti spiego meglio.
Zittisco mia madre e mi faccio accompagnare a un bar che si trova sulla strada che porta a casa. Del bar mi piace soprattutto come fa i cornetti: sono di quelli fatti dal bar stesso e quindi unici, a Roma è diverso.
Esiste un solo fornitore per tanti bar fino ad arrivare al punto che se ne mangi uno all’Eur e uno a Cinecittà senti lo stesso sapore.
Arrivato a casa inizia l’immancabile e obbligatorio giro dei parenti. Non mi da fastidio farlo è solo che non ho il tempo di togliermi i pesanti e asfissianti pantaloni lunghi del viaggio, che porto per non sentire le mie gambe a contatto con i sellini del treno, in più ho le scarpe che mi tengono i piedi a una temperatura superiore ai 40 gradi.
La cosa che accomuna tutti i miei parenti, sia che essi siano mamme, papà, nonne, cugini o zii, e la loro osservazione al fatto che dovrei farmi barba e capelli. Ora non è che io sia un ribelle, non ci tengo ad avere barba o capelli lunghi, non m’interessa proprio la loro lunghezza.
No! Il punto è che sono pigro, ma terribilmente pigro, e odio le file e i discorsi di rito (come stai? Come vanno gli studi? Come li facciamo i capelli? Il gel lo mettiamo). Trovo altamente stressante andare dal parrucchiere, dico andare non esserci. Perché quando è il mio turno, frasi di rito a parte, è un vero divertimento.
Finisco il giro dei parenti andando a salutare mia nonna. Casa di mia nonna confina quasi con la mia, la distanza tra le due abitazioni è data dalla casa di mio zio Franco, il fratello di mia madre. I miei nonni materni infatti hanno fatto in modo che tutti i loro tre figli, mia mamma, suo fratello Franco e sua sorella Pina, fossero tutti vicini. E difatti i parenti materni sono concentrati in meno di 200 metri in una zona che per quanto sia in paese sembra sia separata dal resto. Una via che è una comunità a se.
Quando arrivo a casa di mia nonna la trovo a parlare con mia madre.
-Buongiorno.- dico
-Non volevate più tornare a casa.- dice mia nonna.
-Lo sapete che non potevo, se no, sarei già tornato
-Non credo… non vi piace stare qua
È sempre esistito, tra me e mia nonna, questo gioco al darsi del voi.
-Signora nonna come potete dire questo. Come potete anche solo pensarlo.
-Sedetevi che vi porto il caffè.
Mia madre interviene alla discussione chiedendomi se ho salutato tutti i parenti che c’erano da salutare.
-Io i parenti li ho salutati ma tu che ci fai qua? Non dovresti essere a casa a cucinare e a disfare la valigia?.
-Figlio sei sceso per rompere! - Nel frattempo che mia madre risponde al mio scherzo, nonna versa il caffè nella tazza. Non perde tempo a chiedermi quando zucchero voglio. Il caffè di nonna è sempre zuccherato. Uccide sul colpo un diabetico.
Sorseggio il caffè, quando mia madre mi fa una proposta che non posso rifiutare.
- A Ma…vai a fare la spesa?
-Sono appena arrivato e voglio dormire. Non ci penso proprio.
-E dai che ci metti cinque minuti.
-E va bene, prendi la macchina che andiamo
-Che vuol dire prendi la macchina che andiamo?
-Non vorrai mica che guido io?
-Mi spieghi perché hai paura di guidare.
- Non ho mica paura di guidarla. Ho paura di avere un incidente.
-Che te la sei presa a fare la patente?
-Primo la patente me l’avete fatta prendere tu e tuo marito. Secondo sono un patentato non praticante.
-Ancora con questa storia del patentato non praticante. E ora che superi questa paura.
E’ così che la metti! Dammi le chiavi…ma ti avverto, se ho un incidente mortale è colpa tua.- Mia madre si gira verso la sua.
- E’ bastardo tuo nipote. Mo che devo fare?
-Accompagnarmi tu?- mi azzardo a dire.
- Vai a casa a prendere le chiavi e la mia borsa che andiamo.-
-Aspetta! Non solo io ti faccio il favore che scendo io al posto tuo a fare la spesa, ma pretendi anche che io ora torno a casa sotto questo sole cocente a prendere la macchina.
-Finiscila. La prendi e la porti qui.
-Sì cosi poi perdiamo mezz’ora per regolare il sedile.-
-Madonna mia. Non ti sopporto più a te…guarda vado a prenderla io per non sentirti più.
- Alla fine ce l’hai fatta.
- Lasciamo perdere. Quando suono vieni fuori.
-Va bene!
-Dammi le chiavi di casa!
-Sono a casa. Appese alla porta
-Hai lasciato le chiavi di casa alla porta? Dovevo crescere dei maiali almeno quelli alla fine te li mangi.
Detto questo se ne va mentre io resto un po’ a parlare con mia nonna.
Con mia nonna è proprio bello parlare, lei ha ancora vivo il gusto di scherzare e non si lamenta mai degli acciacchi del passato se non per ironizzarci sopra. E poi mia nonna fa il tifo per me. Non ha mai capito che direzione io abbia preso nella vita (e spesso neanche io l’ho capito) eppure lei sembra essere sicura che io sia nel giusto. Dopo un po’ la nostra chiacchierata è però interrotta dal suono del clacson della panda di mamma che mi richiama all’ordine.

lunedì 5 ottobre 2009

PROGETTI- TERZO TEMPO

Terzo tempo è un progetto che io e lo Swirlfish Studio( formato da un simpatico duo di vere appassionate di fumetto: dorotea e Valeria) abbiamo proposto alla Tunuè a narnia ma di cui non ho ancora avuto risposta.
E' un fumetto che parla di Basket ma non solo...
Queste sono alcune tavole



giovedì 1 ottobre 2009

‘CCA SUTTA NON CHIOVI PARTE 2


GIORNO 0

Sollevo la valigia e inforco lo zaino che stracolmo di libri diventa pesante come un bilanciere. Il peso che ho addosso è lo stesso di un armatura medievale. La differenza è che invece di darmi sicurezza ne dimezza la poca che ho.
L’autobus sembra voler dare buca alla mia fermata. Mi tocca aspettarlo per diversi minuti finche l’”H”, l’autobus a metano,non compare nel suo completo grigio.
E’ l’autobus che mi porta direttamente alla stazione Termini dove prenderò il treno per tornare in Calabria.
Salgo euforico per il refrigero che l’aria condizionata del mezzo mi fornirà. “Se devo scegliere tra Dio e l’aria condizionata, preferisco la seconda” pura saggezza Alleniana.
Salgo euforico…mi siedo depresso. L’aria condizionata è rotta e ciò rende la mia condizione realmente condizionata a morire dal caldo. Aria condizionata rotta e finestrini sigillati. Pessima accoppiata…proprio pessima.
La valigia e lo zaino m’impediscono di poggiare correttamente i piedi sul sedile dell’autobus. Li tengo incrociati, in posizione di loto, sopra la valigia che ha rubato tutto lo spazio per le gambe.
Su le gambe tengo il pesante zaino e per complicarmi ancora di più la vita mi metto a leggere un libro che i continui scossoni prodotti dall’impatto delle ruote con i sampietrini m’impediscono di comprendere a pieno.
Scendo con l’armatura di carta e stoffa dal cavallo di plastica e metallo.
Nel buio della sosta dell’autobus turisti asiatici stanno accanto a ubriaconi del Est. Una torre di babele nel quale chi ha l’occhio attento, scorge anche gl’ italiani.

Termini. La stazione Termini offre nello stesso minuto dello stesso giorno aspetti differenti e contrastanti. Un mondo multicolore –multiculturale - multinazionale di cui nutrirsi.
Io di mio scelgo di nutrirmi da una multinazionale- italiana culturale e arancione di colore.
Mangio allo “SPIZZICO” della stazione Termini cercando con il menu grande di far passare il tempo che mi separa dall’arrivo del treno.
Finisco il pasto sperando che non mi imponga nessun bisogno fisiologico durante il viaggio. Butto tutto il contenuto nel cassonetto. Partecipo all’incubo di un ambientalista. Carta, plastica e altri residui tutti insieme.
Prendo le scale mobili che piano piano (o lente lente, fate voi) mi portano a vedere, come un Frodo in giacca e cravatta , ogni cosa illuminata.
E ogni cosa è realmente illuminata. Lucenti lettere in alto danno gli orari dei treni a vecchi confusi che hanno un codice di decodifica troppo obsoleto per capire un mondo fatto di luci colorate.
Mi discosto dalla folla che resta incantata a vedere la tabella delle partenze e degli arrivi nella speranza di trovare almeno una domanda ad una delle loro risposte: a che cavolo di binario devo andare?
Io so già dove il treno si ferma, sono ormai 4 anni che faccio questa vita, 4 anni lontano da casa scendendo solo per le feste.
Non mi pesa… qui ho trovato la mia dimensione. Sono cresciuto da solo a Roma e la sento come casa mia. Per 19 anni ho vissuto a Locri, eppure ogni volta che ci torno sento come un senso di straniamento.
Come d’abitudine cerco una panchina libera sul binario 13. La cerco vicino alla tabella luminosa, nel caso ci siano ripensamenti presso chi assegna il binario.
Continuo nella mia lettura, ma il buio e la diffidenza che ho verso le persone, non mi permettono di leggerlo bene. Ogni minuto abbandono l’occhio dalla lettura per scrutare questa o quella persona, immaginandoli tutti prossimi a derubarmi.
Finalmente arriva il treno. Ho la carrozza 8 e davanti a me si ferma la 1. Faccio un bel viaggio che mi porta in fondo alla banchina. Apro la porta del vagone. La cosa si rivela molto più ardua del previsto. Finalmente riesco ad entrare e a trovare subito il mio compartimento.
La carrozza è ancora buia e quindi lo scompartimento è buio. Illuminato solo dalle luci esterne della stazione. Carico la valigia sopra il mio posto e lo zaino sopra di esso. In tutto il vagone sento rumori simili ai miei di gente che sistema i propri bagagli.
Mi è capitato il posto accanto al finestrino. È quello che desideravo. Poggio, sulla bocca dell’aria, il braccio e guardo fuori.
Aspetto che arrivino gli altri sul vagone per farmi la giusta misura di come stare e con chi stare. Nel buio non riesco a legare nessun pensiero che resti. E nell’attesa della luce tutto va via.

Sono arrivati uno ad uno, tranne una coppia, sei persone in tutto compreso me. E lo scompartimento è pieno. La coppia è poco interessante. Marito e moglie di Caserta. Avranno 30 anni l’uno e non possono dirsi belli ma si vede, per come si guardano entrambi, che sono novelli sposi e che per adesso si amano. Poi c’è una ragazza. Lei è bella ma sembra proprio capitata nel posto sbagliato. Non raffinata nei modi. Semplicemente snob.
Una vecchia signora sta davanti a me. E poi c’è un ragazzo. Non trovo nessuna delle persone abbastanza stimolanti per provarci a parlare. E allora provo ad isolarmi tra le pagine del libro che ho portato.
Più che una lettura è un assaggio. La vecchia signora mi chiede subito di spegnere la luce. Poco dopo la donna cerca di ribadire la sua posizione di leader del vagone e impone un veto di non apertura del finestrino. L’aria potrebbe procurare dolori al suo fragile collo. Un collo che molti dei presenti proverebbero piacere a spezzare.
Io che già mi sono dovuto subire l’autobus trasformato in sauna ora mi becco il treno sauna. Il caldo non mi dà neanche il vantaggio di vedere la ragazza ulteriormente svestita. Con il suo top nero e i suo pantaloncini bianchi ci sta concedendo il massimo.
Quando, alle 3 del mattino, finalmente il treno giunge a Caserta la coppietta scende. Un ragazzo che era seduto nel corridoio, ne approfitta per entrare da noi e cercare un posto più comodo.

Alle 7 il sole comincia a picchiare forte nella carrozza e ci tiene tutti svegli. La vecchia donna è scesa prima e finalmente posso fare entrare un po’ d’aria. La ragazza si alza per fumare una sigaretta. Nello scompartimento rimaniamo in tre.
Scoprendo la mia destinazione, Locri, un ragazzo che scopro essere un mio compaesano, mi sottopone ad un interrogatorio per sapere chi io sia.
Il ragazzo è più grande e mi parla di nomi che non conosco. Suoi amici ma non miei. Su un nome però interviene l’altro ragazzo che sembra conoscere meglio lui la gente del mio paese che io.
Io francamente non conosco la gente di Locri se non per il livello minimo di sopravvivenza. So chi evitare e chi frequentare. Questo perché Locri non è un paese del sud.
Locri è al sud del sud. Dove il sud diventa una condizione mentale di arretratezza in cui non ci si vuole sviluppare e crescere fuori perché non si vuole sviluppare e crescere dentro.
Dove l’ignoranza e combattuta dalla cattiva conoscenza. Quella della tv, delle mode e dell’italietta che già Rino Gaetano cantava.
Finalmente abbandono i miei compagni di viaggio. E mi preparo a scendere ed affrontare di nuovo la mi città Natale.
Come tutte le mie estati sono pronto a rimpiangere la viva e vivace Roma alla morta e soporifera Locri. Solo che nella mia previsione mi rivelo pessima cassandra…quest’estate di emozioni ne avrò tante, al punto che non ne avrò più bisogno per molto tempo.
Ancora non lo so ma come un novello Capitano Willard sto entrando nel lungo serpente del sud. Una città che è insidiosa come un fiume del Vietnam. Una ricerca che mi avrebbe fatto trovare qualcosa in più di me stesso e dove il mio cuore sarebbe uscito dalla tenebra.

giovedì 24 settembre 2009

‘CCA SUTTA NON CHIOVI - 1 PUNTATA


PROLOGO

La golf R32 prende la curva a 90 km/h. Dopo averla superata e raggiunto il rettilineo, Mimmo pigia forte sull’acceleratore e la porta a 130. Accanto a Mimmo è seduto Nicola che punzecchia Giuseppe che sta dormendo sul sedile posteriore. E’ stanco e vorrebbe riposare un po’. Giuseppe non ha intenzione di lasciarlo stare e appena può gli infila un fastidioso fazzoletto, di carta, arrotolato nel orecchio. Entrando nella cavità acustica di Giuseppe lo sveglia. Lui infastidito cerca di levarlo via con la mano. La cosa va avanti da quando i tre hanno lasciato la villa dove hanno festeggiato il capodanno. Sono andati lì per “cuccare” e quello che hanno “cuccato” è una sbronza. Più aumentava lo spirito che avevano in corpo, più diventavano spiritosi e democratici, una democrazia basata sul: “a tutti o a nessuno”. Se la ragazza non andava da loro, loro andavano a rompere i coglioni a chi ne aveva una.
Per calmarli sarebbero bastati due o tre tizzi in vena di menare schiaffi e loro non avrebbero infastidito più nessuno. Alla festa c’era un bel po’ di gente che avrebbe potuto sopraffarli con tranquillità ma nessuno si faceva avanti. I tre ragazzi(che da ora in poi chiameremo i tre idioti) erano tutto fumo e niente arrosto. Di fumo ne facevano però parecchio e lo sapevano anche vendere bene quel fumo senza neanche essere spacciatori. Sapevano spacciarsi per gente tosta e cattiva. Questo a volte li rendeva anche interessanti.
Apparivano quel tipo di ragazzo pericoloso e ignorante che attraeva quelle ragazzine vestite in stile glamour fashion da strada. Ragazze che i più volgari chiamano puttanelle e i meno feroci oche sceme. Queste “oche” avevano un’età che andava dai 12 ai 20 (ovviamente c’erano le eccezioni: si poteva scendere fino ai 10 e salire fino ai 30).
Purtroppo per i tre idioti, questa era una festa da 40 euro e passa, in un posto raggiungibile solo con la macchina. Una serie di circostanze che portavano proprio ad escludere la gran parte delle donne che avrebbero potuto dargli retta.
Le sole presenti di quel tipo erano quelle accompagnate dal ragazzo, di solito uno simile in tutto e per tutto ai tre idioti, spesso era proprio un amico loro.
I tre si erano, così, ritrovati in una festa in cui c’era tanto Pìlu (figa per i non calabresi), ma che non avevano proprio modo di toccare.
Come si suole dire: “chi ha il pene non ha la vagina e chi ha la vagina non ha il pene anche se l’ermafrodita se li fotte entrambi”.
Trovandosi in quest’incresciosa situazione Giuseppe, Mimmo e Nicola, forti adepti (pur non conoscendolo) del detto: “Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere”, cercarono un modo per potersi ridurre in tale modo.
Cenere eravate e cenere tornerete.
Tolta Venere, restavano Bacco e Tabacco. Il tabacco non mancava e neanche i cartelli che vietavano di fumare. Quei cartelli, nell’essere semplicemente ignorati, erano stati fortunati. Se invece di plastica fossero stati di carta ora starebbero a fare da filtro.

Sigaretta, sguardo alla fica bionda a destra, sguardo alla fica mora a sinistra, salto dello sguardo alla cessa al centro e giù sorso di Bacardi e poi giù sorso di rum e coca e poi via a rompere i coglioni ai presenti. Questa era diventata la serata dei tre.
Alla prime ore del mattino, quando la banda d’idioti si era rotta della festa e i presenti si erano rotti di loro; i tre decisero di uscire e prendere un buon cornetto caldo.

Mentre Mimmo portava la sua golf R32 a un bar per prendere i cornetti, Giuseppe, come già detto, non aveva nessuna intenzione di far dormire il suo amico Nicola e continua ad infilare il fazzoletto nell’orecchio di quest’ultimo. Presto il limite di sopportazione di Nicola è raggiunto.
- Sì rumpisti u cazzu! - disse scansando il fazzoletto. I suoi due amici si misero a ridere.
- Chi festa i merda
- A cui n’cu dici! Chinu i pilù e tutte ca sa tiravano, paria chi andavianu sulu iji”- a chi lo dici! Pieno di belle ragazze ma tutte tirate, pareva che solo loro fossero provviste di organo riproduttivo femminile.- risponde Giuseppe a Mimmo.
- N’davi i quando partimma che chilla testa i cazzu arretu i nui mi staci annorbandu chu l’abbaglianti.- è da quando siamo partiti che quella testa di pene che pilota la vettura dietro di noi mi sta riducendo la visibilità a causa degl’abbaglianti che si ostina a tenere accessi anche quando non sarebbe necessario.-
-Rallenta e fallu i passa cha poi n’ci sparamu nui l’abbaglianti a l’occhi-. diminuisci la velocità e fallo passare davanti in modo tale che sia lui alla portata dei nostri abbaglianti così che saremo noi a ridurre la sua visibilità.-
-Ndai raggiuni - hai ragione.- e si fa superare .
La macchina dietro accelera per superarli. Quando gli è accanto, nella manovra di sorpasso, Mimmo ,nonostante l’oscurità, nota che il finestrino del lato passeggeri è abbassato.
L’autista dell’altra vettura ha la mano protesa verso di loro. Mimmo pensa che si tratti di un gesto cordiale di saluto per averlo fatto passare.
Poi, però, quando la macchina gli è quasi davanti realizza che in pugno, quella mano, tiene qualcosa, qualcosa che sembrava una pistola. Rivede la mano sporgersi e sparare. Abbassa d’istinto la testa, nello stupore dei suoi amici presenti, non sentendo nessun rumore di vetro infranto o d’urla dei suoi amici, si rialza.
- A Mimmu !Chi cumbini?- Mimmo! che stai facendo?
-Non vidistuvu! Ndi sparau- Non avete visto! Ci hanno sparato.
-Ma chi cazzu dici- ma cosa pene dici
Mimmo non ha il tempo di ribattere a questa ultima frase. La macchina che li ha superati si è portata a fianco della carreggiata a destra e ha rallentato. Mimmo la supera, ma è un gesto che fa contro la sua volontà.
All’improvviso sente il forte rumore di una gomma che esplode. Perde il controllo della vettura. Mimmo ha il tempo di vedere una mano armata di pistola spuntare dal finestrino prima che la macchina s’impatti contro un albero. Lui e Giuseppe muoiono sul colpo. Nicola che era dietro ha la “fortuna” di rompersi nell’impatto solo le gambe.
La macchina che li ha superati si ferma accanto. Dall’auto scende l’autista. Si avvicina alla vettura incidentata. Nella mano stringe una tanica di benzina. Dai vetri appannati Nicola vede la persona che li ha sparati svuotare il contenuto della tanica proprio accanto alle ruote anteriori della vettura. Quando la tanica è vuota l’autista da fuoco a un rametto che trova a terra e che lancia sulla pozza di benzina. Subito il pneumatico, che è zuppo di benzina, prende fuoco. A lui segue tutta la vettura. Nicola comincia ad ardere vivo e la cosa per lui non è piacevole.

Quando la polizia arriva sul luogo, perché qualcuno aveva segnalato l’”incidente”, trova ormai la macchina e le persone presenti al suo interno carbonizzate e quasi ridotte in cenere. Il fatto che fossero ridotte in cenere era la cosa più naturale. Avevano fumato, avevano bevuto e avevano anche incontrato una donna, l’ultima donna della vita di ognuno di noi. La morte.
Dalle indagini quello che venne fuori fu molto semplice. La vettura aveva preso un chiodo che era sulla strada che aveva fatto scoppiare la ruota. L’alta velocità e lo stato d’ubriachezza del pilota non aveva permesso a questi di controllare il veicolo.
Queste notizie, la persona che quella sera aveva partecipato a quegl’eventi in veste di boia, l’apprese dal telegiornale, proprio mentre stava sistemando la spara chiodi nel cassetto degl’attrezzi.

ROMANZO UN PO' A PUNTATE


L'era dei blog è finita...si lo è. Facebook è diventato un mezzo migliore di comunicazioni, anche se ha cominciato a mostrare un certo affaticamento e molte persone hanno cominciato ad abbandonarlo. Quindi decido di tornare ad un mezzo forse più intimo sicuremente più personale. L'idea di partenza sarà abbastanza chiara...s'inizia con un romanzo...non so se qualcuno lo leggere o lo commenterà ma il romanzo andrà su internet e sti cazzi a tutti. Come nei migliori romanzi a puntate metterò un episodio ogni giovedi del mese...promesso

martedì 4 agosto 2009

MI MANCHERAI



E se ne và...mi si può dire tanto se ne sarebbe andato comunque. Non è la stessa cosa. John Doe era un amico.
Io gli ho voluto bene a questo bastardo...e mi mancherà.
Ricordo il nostro primo incontro, che dire...mi sono sempre piaciuti i bonellidi...avevano il fascino di un brutto film horror...di quelli che ti fanno morire dal ridere.
Io non avevo mai letto nulla dell'eura...una mattina svegliandomi presto per andare all'università vidi quel fumetto in edicola. Mi colpi la copertina color cappuccino e il tizio in copertina.
Era il giugno 2003 ed ormai era quasi un anno che ero a Roma. Comprai il fumetto e lo lessi in autobus. Quando arrivai all'università ero già fan di John Doe...la prima cosa che feci fu prestarlo a due miei amici che cominciarono ad essere lettori della serie.
John Doe è stato più di un fumetto per me. Mi sono formato su quelle pagine mentalmente. Ho fatto una tesi su John Doe...ogni volta che lo leggevo mi sbalordivo... ed ora...ora lui non c'è più... Lo leggero fino al 77 ma per me è tutto finito con il 74...
Però John Doe per me non ci lascia soli...lui ha seminato e visto nascere nuovi autori...autori che sono cresciuti con lui o alla sua ombra...se mai sarò sceneggiatore di fumetti lo dovrò anche a coloro che mi hanno regalato il golden Boy...Grazie Lorenzo...Grazie Roberto e grazie a tutti i disegnatori...grazie.