Gli anni 80 erano anni quadrati…tutto era quadrato: il cubo di rubrick era quadrato, tetris era di quadrati…Michael Jackson era un cantante ben quadrato nel sistema mentre oggi è un pedofilo a tutto tondo con Neverlend che gli fa da sfondo.
La gente era quadrata nei suoi pensieri…le famiglie cercavano di fare quadrare i conti e le gallerie d’arte erano pieni di quadri ma che servivano solo per un quadro economico più vasto. Io ero nel mio box e già boxavo con la vita.
C’era la Milano da bere, ma che dietro coppe di champagne nascondeva fiumi di gassose sgassate di quelle che un tempo avevano la pallina.
Era il trionfo della plastica facciale che prendeva il posto al plastico delle brigate rosse.
Alla fine io muovevo i primi passi e passavo da un passato. Già dall’ora senza bere un chinotto ero fuori dal coro.
In un mondo quadrato ero tondo. Morbido per le amate quando c’erano. Obeso per i medici quando li vedevo. Grasso per i nemici e quelli c’erano. Robusto per gli amici mai veramente sinceri e normale per le nonne.
Di quegli anni 80 ricordo il nulla del tutto. E volevo tutto e nulla. Ma non davo nulla per nulla.
Anche perché non avevo nulla da dare. E se anche avessi voluto dare nessuno avrebbe preso.
Ero solo? No! La solitudine mi avrebbe nobilitato. Ma io avevo un amico.
Se tutti avevano almeno un amico che a sentire le loro frasi era fatto. Io avevo un amico solo fatto di frasi fatte.
Quell’amico era Andrea Alberto Anselmi e questa è la sua storia…perché Alberto una storia da raccontare ce l’ha mentre io da raccontare ho solo la sua…ma la racconto meglio.
Alberto non era non c’era per il mondo. Non era uno che stava bene o male con gli altri era uno che con gli altri non ci stava. Stava spesso da me…da me era la salagiochi, io giocavo ma Alberto non giocava guardava. Io giocavo e lui guardava e guardava. Poi io finivo e lui diceva “oggi è andata bene” abbiamo vinto. Ma io non capivo mai. Alberto stava bene lì e allora si andava.
Si andava se andava a tutti e due, e a tutti e due andava sempre di andare alla sala giochi. Si era felici. Ma Felice non era d’accordo. Felice era di fuori era fuori e fuori dalla sala giochi aveva parcheggiato una fuoriserie. Felice era felice perché era ricco. E i cabinati della salagiochi li aveva a casa ed era forte…troppo forte.
Felice era famoso e veniva da Roma lì i cabinati avevano la sua firma Dux si chiamava e la gente della sala giochi lo temeva.
Si mise a giocare Dux a cosa non sò ma ad uno ad uno tutti i campioni delle sala sfidava e tutti li batteva. Non c’era giocatore che resisteva. C’era Paolo il geometrico che perse a Tetris. E Mario il ct battuto a kick off. Uno ad uno le colonne si piegavano alla meglio e si spezzavano alla peggio..
Anch’io provai con il risultato di perdere almeno due monetine.
Poi quando tutti la propria sfida l’avevano persa una voce che nessuno conosceva si udì
“te la fai una a Space Invader”
Per molti quella fu la sola frase di Alberto. Per me fu la sola pronunciata in quel modo.
Dux accettò e la sfida cominciò. Felice si era allenato ma Alberto aveva studiato. Vedemmo per la prima volta Felice sudare e Alberto con serenità fischiettare. E alla fine a Dux non rimase che dire “ e cazzo!” subito dopo che la scritta game over comparve sul cabinato. Tutti si volevano complimentare ma Alberto non li stava a sentire lui voleva solo giocare. E pian piano quando ormai la serata era finita e soli si era rimasti in sala lo vidi finire la sua partite e poi solo sotto una luce al neon vidi Alberto Andrea Anselmo per la prima volta digitare AAA.
E da lì Alberto cominciò a giocare e a vincere ma la sua storia ha smesso di girare. Perché nessuno sta lì a credere che esiste uno che batte tutti i record. Ma ogni volta che vedo AAA sulla classifica io ricordo di quando solo, sotto una luce al neon Alberto Andrea Anselmo digitò per la prima volta AAA.